Oltre il donatore: equità di accesso al trapianto ematopoietico

L’accesso al trapianto allogenico non dipende solo dalla disponibilità di un donatore compatibile, ma anche da determinanti sociali, economici e geografici. Questo studio evidenzia come l’ampliamento dei criteri di eleggibilità possa migliorare equità e inclusione.

Cusatis R, Kou J, Bupp C, et al. Hematopoietic Cell Transplant Access and Patient Diversity. JAMA Network Open. 2026;9(5). doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.10839

Il trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche (HCT) rappresenta una possibilità curativa per molte neoplasie ematologiche, ma l’accesso resta diseguale, soprattutto per pazienti appartenenti a minoranze etniche e per soggetti socialmente svantaggiati. La minore probabilità di trovare un donatore HLA compatibile si associa infatti a barriere economiche, logistiche e organizzative che limitano ulteriormente l’accesso al percorso trapiantologico.

Lo studio ACCESS nasce con l’obiettivo di ampliare tale accesso utilizzando donatori mismatched unrelated donor, cioè donatori non completamente compatibili, resi oggi più sicuri grazie a nuove strategie di profilassi della graft-vs-host disease (GVHD) come la post-transplant cyclophosphamide.

Gli autori hanno confrontato i pazienti arruolati nello studio ACCESS con quelli inclusi in due coorti di confronto: il Blood and MarrowTransplant Clinical Trials Network (BMT CTN 1703 clinical trial from 2019 to 2021) e il Center for International Blood and Marrow Transplant Research (CIBMTR) PRO Protocol observational study (2020-2025). Sono stati analizzati razza/etnia, livello di istruzione, reddito, tipo di assicurazione sanitaria, tossicità finanziaria e Social Vulnerability Index (SVI), indice che misura la vulnerabilità sociale del contesto di provenienza del paziente.

I pazienti ACCESS risultavano significativamente più eterogenei dal punto di vista razziale ed etnico rispetto alle coorti di confronto: i pazienti non White rappresentavano il 47% del campione, contro il 15% del PRO Protocol e il 9% del BMT CTN 1703. In particolare, erano più rappresentati pazienti Black/African American e Hispanic/Latino. Anche il profilo socioeconomico risultava più fragile: maggiore presenza di pazienti con Medicaid (18,1% vs 6,7% e 5,1%), minore livello di istruzione e più frequente reddito annuo inferiore a 40.000 dollari.  Il Social Vulnerability Index era più elevato nei pazienti ACCESS, soprattutto nel gruppo sottoposto a condizionamento mieloablativo, indicando una maggiore provenienza da contesti con svantaggio sociale, difficoltà abitative e minore accesso alle risorse. Interessante anche il dato geografico: i pazienti ACCESS vivevano mediamente più vicini ai centri trapianto rispetto alle altre coorti, suggerendo come la prossimità al centro rappresenti ancora un elemento determinante per l’accesso reale al trattamento.  Nonostante la maggiore vulnerabilità sociale, la tossicità finanziaria percepita non risultava significativamente diversa, suggerendo che le barriere strutturali e di comunità possano incidere più delle sole difficoltà economiche individuali.

Questo studio sposta l’attenzione da una visione puramente biologica del trapianto a una lettura più ampia dell’accesso alle cure. Non basta “avere un donatore”: spesso il vero ostacolo è la possibilità concreta di sostenere il percorso trapiantologico. Anche nel contesto italiano, pur in presenza di un Servizio Sanitario Nazionale universalistico, persistono disuguaglianze importanti legate alla distanza dai centri HUB, alla necessità di caregiver dedicati, alla mobilità sanitaria e ai costi indiretti del percorso.

Il messaggio per la pratica infermieristica è rilevante: l’equità non si costruisce solo con innovazioni terapeutiche, ma anche con supporti organizzativi. Housing temporaneo, sostegno alla mobilità, counseling economico e presa in carico precoce delle fragilità sociali diventano strumenti clinici tanto quanto il protocollo terapeutico. Per i “professionisti del trapianto”, questo significa integrare la valutazione sociale accanto a quella clinica. L’infermiere, in questo contesto, può e deve avere un ruolo centrale nell’identificazione precoce dei pazienti a rischio di esclusione, favorendo percorsi più inclusivi. L’innovazione vera, quindi, non è soltanto ampliare il pool dei donatori, ma ridurre il mismatch tra bisogno clinico e possibilità reale di cura.

  • A cura di
    Marco Cioce, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, Roma, CIC GITMO 307.1 in collaborazione con Chiara Cannici
  • Pubblicato
    18 Settembre 2026