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Il punto di vista degli infermieridocumenti di aggiornamento su tematiche di assistenza infermieristica ed etica sanitariao

La Cistite Emorragica e il frutto della crescita

Studio preclinico in vivo (su ratti) degli effetti dell'estratto di melograno sulla cistite emorragica da Cilofosfamide.

Mahmoudi N et al. J Pediatr Hematol Oncol. 2018 Nov;40(8):609-615.

La cistite emorragica (CE) indotta da Ciclofosfamide (CP) è una complicanza abbastanza comune nei pazienti sottoposti a trapianto di midollo osseo. L’incidenza varia dal 18 al 40% dei casi, con quadri severi nel 4-8% dei pazienti. L’eziologia non è sempre del tutto chiara e ad oggi non esiste un trattamento preventivo universalmente accettato. Uno dei principali fattori patogenetici è da identificare nell’acreolina, metabolita della CP, che a contatto con l’urotelio genera una potente cascata ossidativa che provoca ulcerazioni e danno endoteliale. Ad oggi, i principali approcci terapeutici per la CE consistono nell’iper-idratazione con diuresi forzata, l’alcalinizzazione delle urine, l’utilizzo del MESNA, l’antibiotico profilassi e la cateterizzazione uretrale con irrigazione vescicale continua. Tuttavia non è ancora chiaro se uno o più dei suddetti approcci terapeutici possa trovare un ruolo nella prevenzione della CE. In tal senso, Gonella et al. (2015), hanno analizzato retrospettivamente una coorte di 158 pazienti trattati con CP presso due Istituti Italiani al fine di identificare l’effetto dei vari trattamenti sull’insorgenza della CE. I pazienti sono stati suddivisi in due gruppi in base all’insorgenza o meno CE. Sono stati utilizzati in misura variabile tutti i trattamenti preventivi sovra-citati, ad eccezione dell’irrigazione vescicale continua preventiva che è stata applicata solo nel 32% dei casi. Dai risultati emerge una sostanziale aderenza dei centri Italiani coinvolti con le linee guida internazionali, con un ampio utilizzo dell’iper-idratazione, dell’alcalinizzazione delle urine e del MESNA. A differenza di altri studi non è stato evidenziato alcun beneficio dall’utilizzo della cateterizzazione con irrigazione vescicale continua a fronte di un tasso di incidenza di CE comparabile con quello riportato in letteratura. Tuttavia, i risultati ottenuti non riescono a chiarire univocamente i benefici associati ai singoli trattamenti preventivi utilizzati e questo non consente di stabilire con chiarezza se un singolo agente o una specifica combinazione a determinati dosaggi sia superiore ad un altro.

In questo studio, gli autori, hanno rivolto la loro attenzione al ruolo del danno ossidativo nell’insorgenza della CE. Gli autori hanno ipotizzato che l’utilizzo di sostanze con elevata attività anti-ossidante (come l’ellagitannina presente nel melograno) possa prevenire l’insorgenza della CE. Gli autori hanno creato un modello sperimentale mediante l’utilizzo di 16 ratti maschi suddivisi in 4 gruppi: controlli sani; ratti con CE da CP indotta non trattati; ratti con CE da CP indotta trattati con MESNA; ratti con CE da CP indotta trattati con estratto di melograno per 14 giorni prima del trattamento chemioterapico. 

Dai risultati è emerso un miglioramento significativo nelle pressioni detrusoriali associato all’utilizzo del melograno rispetto ai ratti trattati con MESNA o non trattati (p<0.05). Inoltre, il peso vescicale post trattamento sia con MESNA che con melograno è risultato comparabile con i controlli sani e significativamente inferiore a quello dei ratti con CE non trattata. In maniera simile, il quadro ulcerativo istopatologico, i livello plasmatici e tissutali di ossidanti e antiossidanti, nonché il tasso di apoptosi sono risultati comparabili tra i due trattamenti e nettamente inferiori rispetto ai ratti con CE non trattata. Questo studio dimostra in maniera raffinata come l’utilizzo del melograno sia da considerare non inferiore a quello del MESNA aprendo nuove strade terapeutiche non tossiche e di facile applicazione.

Gli approcci e le combinazioni terapeutiche potenzialmente efficaci nel trattamento della CE sono ad oggi in continuo aumento e la conoscenza dei meccanismi di patogenesi può certamente aiutare nell’indentificazione di nuovi pathways terapeutici. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi prospettici e randomizzati volti ad identificare il trattamento migliore (eventualmente profilattico) per la gestione di questi pazienti.